Il contesto ambientale

Il rapporto tra Fontemaggio e il Monte Subasio è molto stretto, infatti non solo Fontemaggio si trova all’interno dell’area del parco del Subasio, ma un esponente della nostra famiglia, Francesco Rambotti, ha dedicato per anni parte dei suoi studi a questo territorio così diversificato. Abbiamo così pensato di inserire dei significativi estratti del saggio di L. Ambrosetti, M. Cagiotti, R. Calandra, G. Corrado, G. Montilli, R. Perari, F. Venturi e F. Rambotti (quest’ultimo anche curatore del volumetto): “Il parco del Monte Subasio – ambiente fisico e umano”, edizioni Porziuncola, Santa Maria degli Angeli – Assisi, settembre 1986, al fine di stimolare la curiosità di tutti coloro che fossero interessati ad approfondire le conoscenze dell’ambiente in cui si trovano a soggiornare.

 

Il Monte Subasio non viene menzionato dagli autori classici o per lo meno non lo si trova trasmesso nelle loro opere; al contrario compare molto spesso negli scritto medioevali. Il più antico dei vocaboli si riscontra in una donazione della Chiesa di Santa Maria di Villalba, posta tra Colfiorito e Annifo, ai monasteri di S. Stefano di Gallano e S. Silvestro di Collepino “constructum in montem Suaserum”. Lo stesso appellativo lo si ritrova in un atto della Cattedrale del 9 aprile del 1102 riguardante lo scambio che la Chiesa fa con un certo Lupo di appezzamenti di terreno di cui uno era posto in vocabolo “Colubris et fossa in latere monte Suasero”. Ma molteplici sono le dizioni che compaiono in numerosi documenti contemporanei e dei secoli successivi. Una delle più indicative è mons sub Assisio o mons de Assisio da cui si può arguire che il monte era sotto il dominio di Assisi. Infatti, ad eccezione dei beni che fin dal XII secolo furono di proprietà della Cattedrale di S.Rufino e del Monastero di S. Benedetto, il M. Subasio rappresentò sempre una proprietà comune della città e perciò fu detto pure mons comuni e anche mons Communis cioè monte del Comune di Assisi.

I diritti dei cittadini di Assisi erano di pascolo e di legnatico; è un tipico esempio di proprietà comune che secondo alcuni deriva dalla communio dell’antica Roma e secondo altri da proprietà collettiva di tempi preromani.

Si comprende perciò perché il Subasio ed Assisi vivono reciprocamente in una sorta di Simbiosi, che si tramanda sin dall’antichità e che, attraverso i secoli, si è andata vieppiù rafforzando e diffondendo.

Il Subasio è sempre stato avvolto da un senso profondo di misticismo e di spiritualità dove hanno trovato oasi di pace e di vita tranquilla sia ordini religiosi e monastici, sia comunità civili dedite essenzialmente alla pastorizia e, più in generale, ad attività agresti.

I primi insediamenti del Subasio sono fatti risalire agli Umbri, così come Prete Petrini (nel volume Umbria della collana “Le Regioni d’Italia”), riporta: “L’area nella quale si sono rinvenute documentazioni della lingua umbra appare del resto limitata in questi ristretti confini, tra l’Appennino ed il Tevere, su un terreno corrispondente a quello degli antichi Comuni di “Amelia”, “Bettona”, “Tuder”, “Assisi”, “Iguvium””.

Nei secoli passati, anche il Subasio era, a differenza d’oggi, circondato estesamente da folti boschi di querce, dai quali svettava la brulla ed arrotondata cima. E, un dipinto, ormai celebre di Benozzo Gozzoli del ‘400, conservato a Montefalco, dà proprio l’immagine di quello che doveva essere il Subasio. Già nel 1217 il Monte di Assisi aveva dovuto subire i primi disboscamenti, così come ci attestano i canonici di San Rufino, che vi cedono in enfiteusi alcuni terreni coltivati.

Dai rogiti del tempo e dagli statuti Comunali si desume come i cittadini d’Assisi godessero del diritto di pascolo e di legnatico; nel contempo però si descrivevano anche le modalità per l’utilizzazione del pascolo e del bosco.

Nel 1223 ilm Comune di Assisi impone un tributo per tutti coloro che vanno a far legna, fieno, o pascolano sul Subasio; negli statuti commerciali viene inserito l’obbligo per i priori di acquistare, con i fondi raccolti per le concessioni date per il pascolo e per il legnatico, 200 raserie di ghianda e 50 salme di castagne perché fossero seminate lungo le pendici del Monte, per incrementare il patrimonio forestale.

Si viene a costituire in tal periodo il patrimonio della “Proprietà collettiva del Monte Subasio”, con i relativi usi civici, che si protrarranno fino al 1926.

A quel tempo il Subasio abbondava di selvatici, quali caprioli, starne, palombe, pernici, ed il lupo era un predatore presente in gran numero.

E’ nel medioevo che si utilizza, con abbondanza, la “pietra d’Assisi”, di particolare bellezza, con sfumature bianco rosate, per la costruzione dei più importanti palazzi comunali, di chiese e basiliche. Ciò comportò l’apertura di grosse cave.

Nei riguardi della foresta, la politica comunale, tra il XII e il XV secolo, è quella di commisurare le richieste di nuovi dissodamenti, in ragione dell’aumentata popolazione, con la necessità, già avvertita a quel tempo, di dover tutelare il manto boscato, sovente di proprietà dello stesso Comune.

In tal periodo Assisi prende sotto tutela il vasto complesso boscato di lecci che circonda l’Eremo delle Carceri, come ci testimonia lo statuto del 1469: “… Quod silva communis quae est circumcirca ipsum Carcerem non vendatur nec incidatur per commune Asisii nec possit pasturari”.

E si deve all’opera quotidiana di benedettini e di altri ordini religiosi, se alcuni ristretti ambiti sono stati conservati per giungere sino ai nostri giorni ancora indenni. Ricordiamo, a tal proposito, il Monastero di San Benedetto, la cui storia terminerà con la Bolla di Nicolò V del 1449; l’eremo di San Vitale; il Monastero di Sant’Angelo di Panzo; l’Eremo delle Carceri.

Alla fine del XVI secolo, la situazione forestale va peggiorando; la montagna di Assisi non viene più data in affitto, non vi seminano più ghiande, ma si operano continui dissodamenti per estendervi le colture, il che comporta dissesti e danni, come nota il Malvasia: “L’acqua essendo impedita et trattenuta dagli arbori et caminando sparsa per il territorio non potea farsi canale né unirsi hora per la tagliata dell selve et cultura de sodo l’acque si fanno strada et caminando unite calano con gran furia, con la quale portano non solo il lavorato del monte, ma dell possessioni de’ particolari posti più a basso… Et queste acque torbide portano tanta materia ai molini della città posti in detto torrente che li rende hormai del tutto inutili”.

Nei secoli che seguono la preoccupazione per l’azione di disboscamento è sempre presente; il Governo pontificio, attraverso la “congregazione delle acque” proibiva, fin dal 1606, di tagliare boschi sui fianchi dei monti. Si susseguiranno le Bolle e gli Editti: Clemente XIII, nel 1765, limita lo “jus lignandi” al solo legno morto; il cardinale Consalvi, nel 1805, detta norme severissime, ma incoraggia la trasformazione dei boschi cedui in oliveti.

L’inchiesta Jacini del 1880 evidenzia la grave situazione forestale e ne analizza le cause. Nel 1862 la Prefettura di Perugia invita i sindaci a vigilare sul patrimonio forestale, am contemporaneamente, per necessità marinare, vengono abbattute migliaia di piante d’alto fusto nella proprietà di Cassa Ecclesiastica.

Con il progressivo avanzare dei modelli economici ed industriali, con la necessità di costruire linee ferrate o per incentivare l’industria laniera, il bosco viene ad essere sempre più sottoposto ad intensi tagli, quando non addirittura alla trasformazione in pascolo.

Così, nel volgere degli anni, della vecchia foresta assisana sono rimasti solo lembi di leccete, residue faggete o quercete a foglia caduca.

A partire dal 1923, tutta la montagna assisana è stata sottoposta al regime vincolistico della “Legge sulla tutela delle bellezze naturali e panoramiche”.

Sul Monte, i terreni di proprietà pubblica ammontano a circa 4000 ettari; di questi 2773 sono del Demanio, il cui nucleo iniziale fu costituito con terreni pervenuti dal Ministero delle Finanze, in applicazione della “Legge sulla devoluzione di beni ecclesiastici” (con tale Legge, del 7 luglio 1906, passarono al demanio i beni già del Santuario di San Francesco d’Assisi). Dopo il trattato con la Santa Sede, nel 1931, tale proprietà passa all’azienda di Stato per le Foreste Demaniali, che con successivi acquisti, la estende notevolmente, portandola agli attuali 2773 ettari.

Dopo il 1977, a seguito del decentramento amministrativo operato dallo Stato a favore delle Regioni, e che ha interessato anche il settore agro-forestale, la predetta proprietà demaniale del Subasio viene trasferita alla Regione Umbria, che poi, per Legge Regionale, ne ha delegato la gestione alla Comunità Montana del Monte Subasio.

Restano proprietà del Comune di Assisi l’area dell’Eremo delle Carceri, affittata simbolicamente ai Francescani, mentre quello di Spello la Macchia di Pale e, nella stessa area amministrativa, i beni delle Comunanze Agrarie di Valtopina che rappresentano gli ultimi residui di una gestione dominante fino agli inizi del secolo.

 

2- L’ambiente fisico (di questa sezione riportiamo parti scelte di alcuni paragrafi)

 

Carsismo

 

Sull’area sommitale del Subasio si notano vistosi fenomeni carsici riferibili alla permeabilità degli strati calcarei e alla morfologia pressoché pianeggiante . Secondo Gortani si individuano due tipi principali di doline: di sprofondamento (l’autore propone il termine di cedimento), le più importanti chiamate ”mortari”, e di dissoluzione superficiale chiamate “fosse”. Fazzini e Mantovani non escludono, invece, l’influenza di linee di frattura nella loro genesi; tale ipotesi era già stata avanzata dal Lippi-Boncanpi per spiegare la formazione del lago di M. Pietrolungo.

I mortari si aprono tutti intorno ai 1200 metri di altezza in mezzo ai pascoli che rivestono buona parte dell’interno della depressione nei cui fianchi esposti a nord compare anche vegetazione arbustiva di faggi misti a qualche esemplare di conifere, residuo di un tentativo di rimboschimento.

Il Mortaro Grande e il Mortaiolo, localizzati a est del M. Civitelle, sono due profonde doline quasi contigue. La prima ha una forma leggermente ellittica con l’asse maggiore lungo circa 260 metri, mentre quello minore 220 metri. La sua forma è intermedia tra la dolina a ciotola e e quella ad imbuto, presentando pareti abbastanza ripide e fondo arrotondato. La profondità si aggira sui 50 metri. Circa dieci metri a nord-est si apre il Mortaiolo a contorno sub-circolare: il diametro è circa 70 metri, la profondità si aggira sui 50 metri e il fondo si raggiunge dopo una ripida e pericolosa discesa per la forte pendenza delle pareti soprattutto nella parte più bassa. Data la forma particolare il Gortani propone per questo tipo di depressione il nome di “doline a calice”.

Un’altra grande dolina di sprofondamento è il Mortaro delle Troscie situato a circa 500 metri a sud-est del M. Subasio propriamente detto, la forma è circolare con sezione simile a quella del Mortaro Grande, il diametro si aggira sui 160 metri e la profondità sui 50 metri.

Tra le “fosse” la prima che si incontra salendo da Assisi è Fossa Rotonda, situata a circa 400 metri a nord-ovest del punto più alto del massiccio. E’ una dolina a piatto, multipla, con il diametro maggiore lungo un centinaio di metri, il minore 43 metri e profondità di circa 12 metri. All’interno è ricoperta da vegetazione erbacea ad eccezione della parte più depressa che è stata impermeabilizzata per la raccolta delle acque piovane al fine di alimentare gli abbeveratoi di Vallonica.

 

Più avanti, prima di giungere ai mortari, si incontra la Fossa Cieca, dolina a ciotola con diametro medio di 17 metri e profondità di 4 metri. Anche sul fondo di questa è stata realizzata una platea di raccolta e una cisterna che alimenta un abbeveratoio.

Più a sud, a circa 500 metri dal monte omonimo su apre il lago di Pietrolungo. E’ una dolina  a piatto, ampia e poco depressa, con diametro di circa 40 metri, al cui centro fino a qualche decennio fa permaneva un ridotto specchio d’acqua che oggi non esiste più. Infatti tutta la dolina e la zona circostante sono state interessate dal rimboschimento per cui il fenomeno carsico attualmente è poco riconoscibile.

Oltre alle sopraddette vistose manifestazioni carsiche, la parte sommitale pianeggiante del rilievo è costellata da numerose altre depressioni a piatto con diametro e profondità molto variabili che in confronto a quelle citate hanno scarso interesse, ma pur tuttavia sono indicative della diffusione del carsismo superficiale sull’area sommitale del Subasio. Fra queste si può menzionare la dolina di Prati Pistello che recentemente è stata impermeabilizzata per intero realizzandovi così un laghetto artificiale di notevole capacità, utilizzato anch’esso per l’abbeverata del bestiame.

Di modellamento carsico sono anche le testate dei solchi di erosione e forma svasata con fondi ricoperti da terra rossa che sostiene una vegetazione erbacea rigogliosa tantoché in passato era sottoposta allo sfalcio.

Secondo il Gortani sul Subasio non si è sviluppato un fenomeno carsico tipico: mancano infatti valli cieche, caverne, corsi sotterranei, poiché la loro formazione sarebbe contrastata dall’andamento dolce della forma ellissoidale del rilievo, che peraltro è di dimensioni ridotte, dalla presenza di sottili strati argillosi nei calcari giurassici e cretacei, nonché dal fatto che l’inizio dell’erosione su questi ultimi è piuttosto recente. Ciò non ha impedito però che si siamo formate alcune cavità in comunicazione con l’esterno rappresentate soprattutto da cinque pozzi, sette grotte e due cunicoli. Il pozzo più profondo è quello indicato col nome di Grotta del Subasio o del Diavolo che sia apre a 1016 metri in prossimità di Sasso Piano e ha una profondità totale di 30 metri.

Nei pressi della città di Spello sono state esplorate sei grotte, di cui alcune anche abbastanza vaste, (circa 30 metri di sviluppo), che hanno un probabile interesse paleontologico e storico come mostrano residui di opere murarie all’interno e all’esterno

Manifestazione di particolare rilevanza storico-religiosa è la grotta del Beato Leone, seguace di S. Francesco, in prossimità dell’Eremo delle Carceri, che è una delle quattro cavità di attraversamento esistenti sul rilievo. Di queste, due sono attraversate dall’acqua durante la piene del  Fosso delle Carceri; proprio l’intermittenza della portata di questo corso d’acqua, che ha un periodo medio di 20-25 anni, può far pensare a una cavità di raccolta anche di rilevante dimensione. Si può ricordare, inoltre, che il fenomeno della portata saltuaria non riguarda solo il Fosso delle Carceri1, ma anche il Fosso Renaro di cui si ricorda una piena catastrofica avvenuta nel 1911 ancora riconoscibile nel profondo solco scavato, nella parte terminale, sul renaro.

 

Boschi

 

Il clima ed i differenti tipi di suolo concorrono sul Subasio a determinare tre ben identificabili fasce, caratterizzate dalla distribuzione di una differente vegetazione, che l’intervento antropico, col taglio del bosco e col pascolo, ha in parte orientato e modificato.

La prima fascia è quella che, partendo dalle falde del Monte risale sino al limite dell’olivo. Ad occidente si svolge orizzontalmente da Assisi a Spello e dall’altro versante lungo le frazioni di Costa di Trex ed Armenzano.

La seconda zona è ricoperta da formazioni boschive discontinue, insistenti sul “Renaro e sulle terre brune”; qui la vegetazione arborea naturale è caratterizzata da formazioni di latifoglie, con dominanza di cerro e roverella, miste a carpino nero, orniello, acero montano.

Il faggio è ubicato in alcune piccole zone del versante settentrionale e, in forma completa, solo nella Macchia di Pale, dove, fra l’altro, si ritrovano quasi tutte le componenti floristiche del Subasio.

Il leccio è presente in due formazioni del versante occidentale: quella abbastanza estesa, tipicamente rupestre di “Sasso Rosso” e quella più famosa del “Bosco delle Carceri”; entrambe devono la propria meravigliosa conservazione alla costante e laboriosa opera dei frati.

Più verso sud, di particolare interesse, sono i boschi di S. Benedetto, e quelli lungo le pendici del M. Pietrolungo; mentre, sul versante est, incontriamo il bosco della Banditella, del Macchione delle macchie di Pale e di Costa di Trex.

Oltre ai boschi naturali di latifoglie, ci sono i rimboschimenti, effettuati nell’ultimo secolo, di Pino Nero, Pseudosuga, Pino Laricio, Cedro Atlantica, che, pur non rientrando nel quadro fitosociologico di questo ambiente, assumono un valore ed un aspetto di tipo “sperimentale”.

Fra gli arbusti spontanei annoveriamo il ginepro, il biancospino, il maggiociondolo, il ligustro, il sambuco.

La terza fascia vegetazionale è quella della sommità del monte, caratterizzata da una vegetazione erbacea, il cui esame fondamentale risale a quello effettuato dal Bolli nel 1948. Nei riguardi fitoclimatici, in base all’esame della flora spontanea, i boschi presenti nei versanti: Ovest, Sud, Est, fino a quota di 600 metri, rientrano, secondo la classificazione del Pavari, nella fascia del “Lauretum” freddo e, salendo di quota, in quella del “Castanetum”; nella stessa zona fitoclimatica ricadono anche i boschi situati a Nordo, sino agli 800 metri. Salendo ancora, sin quasi alla cima, – 1290 metri  –incontriamo il “fagetum”.

Le fustaie di resinose sono di origine “artificiale”, realizzate negli ultimi 60 anni attraverso il una onerosa e paziente opera di rimboschimento; si presentano generalmente in buone condizioni vegetative, salvo qualche tratto un po’ rado e stentato, con incrementi medi annui valutati in circa 3 metri cubi per ettaro.

In passato, le piantine, da porre a dimora in detti rimboschimenti, provenivano direttamente da due piccoli vivai impiantati in zona: l’uno alla “Castellana”, l’altro in località “Tre Fonti” poco distante da Armenzano.

 

Fauna

 

L’area del Subasio, pur presentando una notevole varietà di ambienti, è, allo stato attuale, relativamente povera di fauna nonostante che nella proprietà demaniale la caccia sia bandita ormai da alcuni decenni. Ciò non ha impedito che molte specie siano scomparse in tempi recenti: il lupo (canis lupus) è stato segnalate fino ai primi anni del secondo dopoguerra; l’aquila reale (aquila chrysaëtos) fino agli anni ’60; la coturnice (Alectoris graeca) è scomparsa già negli anni ’30; le starne (perdix perdix), un tempo numerosissime, sopravvivono in due o tre sparute brigate nei pressi di Colle S. Rufino e di Fossa Rotonda.

Due sono le cause alle quali si può far risalire la diminuzione registrata: il rimboschimento, avviatosi nel secondo decennio di questo secolo e il cui effetto si è fatto risentire negli anni ’60, la diversa pressione antropica determinatasi in seguito al decadere della pastorizia transumante e la costruzione e sistemazione delle strade. Anche il tipo di utilizzazione del terreno ha influito fortemente sulla fauna poiché determina diversi habitat che favoriscono o no determinate specie e associazioni di animali.

La situazione ambientale del M. Subasio – un monte brullo sul quale, prima degli interventi di rimboschimento le coltivazioni si spingevano più in alto possibile per sfumare poi in coste degradate e rocciose alle quali seguivano i prati – costituiva l’habitat ideale per gli animali dei quali è stata registrata la scomparsa.

Poiché, però, ogni equilibrio è dinamico, ad un nuovo habitat corrispondono nuove potenzialità di popolamento. Allo stato attuale, essendo breve il tempo – in termini naturalistici – da cui è avvenuto il cambiamento, il fenomeno di ripopolamento è agli inizi.

In effetti attualmente la montagna offre, con l’alternarsi di aree pascolive e boschive, condizioni che si prestano al ritorno degli ungulati, presenti in epoca medioevale. Inoltre la trasformazione del ceduo semplice in composto e in fustaia, la maggiore tranquillità dei boschi, più distanti dalle strade, predispongono un ambiente adatto al gatto selvatico (felix silvestris), la cui presenza è testimoniata da avvistamenti fatti dalle guardie forestali, e a tutti gli animali di ambiente silvano: gli scoiattoli (sciurus vulgaris) sono ormai molto numerosi, mentre recente è la ricomparsa del colombaccio (columba palumbus) e gli stessi piccioni selvatici (columba livia) tendono a colonizzare alcune aree. E’ facile sentire il ticchettio dei picchi (picus viridis) o veder volare improvvisamente gazze (pica pica) e ghiandaie (garrulus glandarius). Sono presenti l’istrice (histrix cristata), soprattutto sul versante orientale dove, data la maggiore varietà dell’agricoltura, è presente in maniera abbastanza consistente anche il tasso (meles meles). Molti i cinghiali (Sus scrofa majori) di diverse specie che, in passato, sono stati reintrodotti nell’ambiente e fatti oggetto di un’attenta osservazione.

Fra i rapaci le poiane (beteo buteo) hanno le loro aree preferite di caccia nel versante orientale anche se è possibile vederle veleggiare frequentemente fra i boschi e i prati dell’altro. Sempre soprattutto a oriente si incontra l’astore (accipiter gentilis), mentre fra i rapaci notturni è diffuso soprattutto l’assiolo (otus scops) il cui monotono richiamo nella tarda primavera si alterna al canto dell’usignolo (luscinia megarhyncos).

In estate, soprattutto fra gli olivi si vedono frullare con volo leggero ed elegante l’upupa (upupa epops) dagli splendidi colori e il rigogolo (oriolus oriolus).

La volpe (vulpes vulpes) è presente soprattutto in prossimità delle aree abitatate così come la faina (martes foina) e la donnola (mustela nivalis)